Utilizziamo cookie nostri e di terze parti per migliorare i servizi e analizzare le tue preferenze. Continuando la navigazione accetterai automaticamente l’utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni e modificare le impostazioni visita la pagina dedicata ai Cookie
Usando lagiocata.matchpoint.it accetti che Sisal ed i suoi partner utilizzino i cookies per fini di personalizzazione ed altre finalità
Lo Striscione speciale Italia – Liechtenstein

Calcio Italiano

Lo Striscione speciale Italia – Liechtenstein

Benvenuti a una puntata speciale dello Striscione, in cui abbiamo perlustrato Twitter alla ricerca dei tweet più brillanti, curiosi, divertenti sulla partita della Nazionale contro il Liechtenstein. Avete un profilo Twitter e un po’ di fantasia? I prossimi protagonisti potreste essere voi!

Nell’ultima conferenza stampa, Ventura ha utilizzato l’esempio del Carpi per parlare della difficoltà di segnare molti gol alle squadre cuscinetto, trattando gli emiliani con una certa indelicatezza e goffaggine (avevano pur sempre fatto 38 punti, più del Crotone quest’anno), un po’ come il suo sosia di riferimento nell’universo Disney faceva coi gatti della signora Adelaide: «Ho visto che l’Italia di goleade ha fatte nel 1926, parliamo della notte dei tempi. Nel campionato non siamo abituati, basti pensare che affrontare il Carpi due anni fa non portava a goleade e poi il Carpi è retrocesso…». Rimarrà il dubbio che dovesse suonare come un complimento.

Ora che la stagione calcistica viaggia su un binario mortissimo, senza campionati né manifestazioni internazionali all’orizzonte, gli esperimenti delle Nazionali permettono quanto meno di abbandonarsi alle suggestioni, anche in chiave squadra del cuore: riusciremo mai a vedere Insigne e Verratti insieme nel cuore della trequarti? O finiremo per vederli prima con la maglia del Barcellona? La Roma potrebbe invece apprestarsi a far tornare Pellegrini alla base esercitando il diritto di recompra, e ieri ha avuto un assaggio di quel che sarà: geometrie, tecnica, molta eleganza, e sul dinamismo si può lavorare.

Lo stemma del Liechtenstein appartiene al Casato di Liechtenstein, la famiglia che governa il Principato per diritto ereditario, ed è molto complesso: ingloba cinque scudi che simboleggiano altrettanti ducati ed è racchiuso da un mantello di velluto rosso, foderato di ermellino e bordato d’oro. La necessità di semplificarne la rappresentazione ha portato la federcalcio del Liechtenstein a scegliere di conservarne soltanto la corona del Sacro Romano Impero, che sovrasta lo stemma originale. Forse siamo contagiati nel giudizio dalla decadenza dell’Impero, ma il risultato finale non rende decisamente omaggio alla complessità dell’araldica.

In una squadra a tratti bloccata, con una fase offensiva un po’ troppo meccanica, Insigne ha saputo accendere la scintilla della creatività, sfregare la lampada del tocco di classe, dimostrandosi all’altezza del numero 10 che ha portato sulle spalle, e della sua storica tradizione. Vedere le sorti dell’attacco della Nazionale nuovamente in mano al suo fantasista designato ci ha fatto un certo effetto, dopo un decennio di solidità-difensiva-e-poco-più.

Candreva invece sta ai lettori de L’Ultimo Uomo come il senatore Razzi sta al pubblico di La 7: gli spunti comici sono all’ordine del giorno, ma il suo stile di gioco è già di per sé così caricaturale che sottolinearne i difetti diventa troppo facile, mentre diventa assai difficile operare una critica costruttiva senza scadere nell’accanimento. L’impressione dopo la partita col Liechtenstein è che con l’uscita di Immobile e Candreva, due giocatori ammirevoli per impegno e dedizione e trascurabili sotto molti altri aspetti, l’Italia abbia iniziato a giocare con ritrovata libertà creativa, e che a quel punto l’ostinata fase difensiva del Liechtenstein sia definitivamente crollata sotto i colpi del talento azzurro.

Il rigore negato a Belotti e i due gol annullati all’Italia, il primo per un fuorigioco incomprensibile, il secondo su corretta segnalazione, ci avrebbero aiutato a ricucire parzialmente lo strappo nei confronti della differenza reti spagnola. Ma la Bilderberg che tutto vede e tutto muove ha ordito un complotto per favorire l’agevole 5-0 incassato dal Liechtenstein: non si scala il ranking FIFA sino alla posizione 186 (su 211) senza un po’ di sano lobbismo.

Buffon, come nella più scontata delle previsioni, non è stato mai chiamato in causa dall’attacco del Liechtenstein, che ha chiuso la partita con 4 tiri totali, 3 fuori, 1 respinto, 0 nello specchio della porta. Avrebbe tranquillamente potuto spendere l’ora e mezza di gioco a controllare gli aggiornamenti su Twitter, dove è stato trending topic per tutta la giornata. La causa è stata un vecchio striscione con cui esprimeva tutta la «goduria» per la vittoria dello scudetto del 2002. Nonostante questo due aste fosse composto dalla miseria di quattro parole, né i suoi detrattori né i quotidiani che hanno riportato la notizia (come se fosse una notizia) sono riusciti a interpretarne il significato, arrivando a paragonarlo ai tifosi italiani che hanno esultato per la vittoria del Real Madrid nella finale di Champions League. Una polemica più noiosa della produzione offensiva del Liechtenstein.

Nell’altra metà del campo, invece, l’Italia ha tirato 34 volte: 14 tiri nello specchio della porta, 12 terminati fuori, 8 respinti. Il portiere Peter Jehle è uno dei giocatori più forti e rappresentativi della sua Nazionale, e come Buffon ha esordito tra i professionisti a 16 anni. Era già titolare nel 2004, quando il Liechtenstein strappò un miracoloso 2-2 al Portogallo vice-campione d’Europa, ed è stato titolare anche in tutte le altre partite, quando la sua squadra ha tendenzialmente subito una caterva di gol. Dopo il ritiro di Mario Frick è diventato capitano, un titolo che decisamente si addice al ruolo di ultimo baluardo contro gli attacchi avversari, che puntualmente presentano un conto di conclusioni tra le 20 e le 40 unità.

«Dire che con l’addio di Frick il Liechtenstein ha perso un capitano, un giocatore di livello superiore, un simbolo forse non è abbastanza: il calcio nel Principato è talmente fatto della stessa materia di cui è fatto Mario che è quasi impossibile immaginare l’uno senza l’altro, scinderne le essenze», scriveva Fabrizio Gabrielli un anno e mezzo fa, alla notizia del ritiro dell’ex calciatore di Verona e Siena. Ieri il figlio Yanik, che gioca nella terza serie austriaca, ha giocato titolare a centrocampo, a dimostrazione dell’impossibilità di scinderne le essenze.

Le partite contro le Nazionali minori giocate nelle calde serate di giugno, quando metà del pubblico sta svernando al mare e l’altra metà resta in città controvoglia, si accompagnano perfettamente alla placida e compassata telecronaca della RAI, lontana dall’enfasi esasperata della pay tv, più vicina per affinità spirituale ai 660 passaggi intrecciati da Pellegrini e De Rossi davanti alla barriera umana eretta dal Liechtenstein per proteggere l’area di rigore. Ogni tanto però capita che un giocatore decida di uscire dagli schemi e tirare forte, come ha fatto Bernardeschi, e a quel punto il modello di riferimento diventa Salvatore Bagni alla Confederations Cup del 2009.

Francesco Lisanti

Francesco Lisanti è nato a Matera nel 1994. Studia per laurearsi ingegnere, scrive per il blog di Wannabe Radio, collabora con Fabbrica Inter.

Commenti